Nella vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali americane vi sono certamente gli elementi di novità, di voglia di cambiamento, di cavalcare ancora una volta il grande sogno.
La vittoria di Obama sembra una gran bella favola. Un uomo di colore, giovane, vissuto ai margini del potere, figlio di un immigrato africano, abbandonato dal padre e cresciuto dalla nonna, con un elegante moglie e due adorabili bambine, diventa presidente degli Stati Uniti d’America, ossia della più importante potenza del pianeta. Gli ingredienti per affascinare milioni di persone ci sono tutti: c’è l’elemento razziale, c’è la questione dell’età (appena 47 anni), c’è il tema del sogno americano, c’è l’uso di parole semplici ma efficaci.
Obama ha saputo imboccare insieme le strade in teorie contrapposte del realismo e del sogno.
Del realismo perché ha parlato di cose concrete, di lavoro difficile, di prezzi in aumento, di fiducia in calo, di consumi stagnanti. Del sogno perché ha rimesso al centro la forza dell’America, e quindi di ogni americano, nel rimettersi in gioco per affrontare i problemi e superare la crisi.
E così i punti di forza sono stati pochi ma precisi, obiettivi, particolarmente vicini alla sensibilità oltre che agli interessi immediati dei cittadini. Sui mutui, sui salari, sull’industria, sull’assistenza sanitaria, sulle pensioni.
C’è stato un filo logico nella campagna elettorale di Obama ed è quello di voler ricondurre a unità l’immagine del cittadino americano che contemporaneamente è lavoratore, consumatore, padre/madre di famiglia, titolare di mutuo, giovane o anziano, con qualunque colore della pelle o da qualunque origine provenga.
L’arrivo alla Casa Bianca di un giovane nero, nato alle Hawaii da un genitore giramondo keniota è la dimostrazione di come la selezione della classe dirigente della società americana sia lontana anni luce dal nepotismo e dalla gerontocrazia. Purtroppo, come sottolinea Ferruccio de Bortoli (Direttore de Il Sole 24 Ore) uno di quegli atti unici di cui non è prevista né replica, né adattamento europeo.
E’ bello, però, poter vivere di speranza: indipendentemente dal candidato, che si tratti di Berlusconi, di Veltroni o di un giovane emergente, ciò che serve all’Italia è un forte blocco sociale che sostenga il cambiamento. Non con gli slogan da piazza, ma con gli argomenti.
Vogliamo cambiare la scuola, modificare la struttura dello Stato e ridurne gli sprechi, vogliamo farla finita con l’assistenzialismo, vogliamo che le famiglie abbiano redditi migliori e paghino meno tasse? Beh, forse è ora di farsi avanti prima che sia troppo tardi.








